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Cultura
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Trincea, forse 1917 (foto di pubblico dominio)
Storia dimenticata del 4 novembre, del conte di Gazzo e dei ragazzi del '99
L'armistizio fu firmato il 3 novembre ma la festa fu spostata di un giorno. Cento anni fa l'incontro che mise finalmente fine a una guerra e una strage inutili
Lello Gurrado | 4 novembre 2018

Quando, a fine ottobre del 1918, il conte di Gazzo Vettor Giusti del Giardino, professione "possidente", senatore da tre anni, Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia da diciotto mesi, invitò nella sua villa di Padova il re d'Italia Vittorio Emanuele III certamente non pensava che sarebbe finito sui libri di storia, non immaginava che un secolo dopo ancora si sarebbe parlato di quell'invito.

Invece sì, se ne parla eccome, soprattutto in  questi giorni perché nella villa del conte di Gazzo (comune in provincia di Padova)  Vettor Giusti del Giardino, professione "possidente", politico di 63 anni già due volte sindaco di Padova,  il 3 novembre del 1918 venne firmato l'armistizio che mise fine alla Prima Guerra Mondiale.

È trascorso un secolo, la festa è stata spostata di un giorno, dal 3 al 4 novembre, e la ricorrenza è ovviamente importante perché quel benedetto armistizio mise finalmente fine a una guerra inutile – "Un'inutile strage" la definì Papa Benedetto XV – stupida come e più di tutte le guerre.

In tre anni e mezzo di combattimenti, dal 24 maggio 1915 al novembre del 1918, l'Italia ha pianto la morte di oltre 650.000 militari e non si sa quanti civili. Ancora di più ne hanno pianti i tedeschi, gli inglesi, gli austro-ungarici per un totale che gli storici fanno variare tra i 15 e i 18 milioni di persone.

Aveva senso innescare una tale carneficina? La risposta è ovvia. No, non ne aveva come non aveva senso esaltarsi per il comunicato del generale Armando Diaz che, il giorno dopo la firma dell'armistizio, scrisse testualmente "La guerra contro l’Austria-Ungheria che l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".

Sì, Diaz scrisse proprio "asprissima" e non asperrima come avrebbe dovuto, ma non è questo il difetto peggiore del suo comunicato, bensì l'inopportuno e sciocco trionfalismo, perché  la vittoria dell'Italia fu tutt'altro che esaltante. È vero che dopo il 4 novembre tornarono ad essere italiane Trento, Trieste, l'Istria e l'Alto Adige ma non fu ugualmente un successo esaltante come Diaz e lo stesso re Vittorio Emanuele vollero far credere. La Dalmazia restò fuori dalla trattativa, destinata alla futura Jugoslavia, e così molte isole dell'alto Adriatico. Per questo molti parlarono di una "vittoria dimezzata" (tra questi Gabriele D'Annunzio), molti altri sottolinearono che l'Italia a distanza di anni avrebbe ricordato la Grande Guerra più per la disfatta di Caporetto che per la vittoria di Vittorio Veneto.

Caporetto, la pagina più nera della storia bellica italiana.

Era il 23 ottobre del 1917. Il comando supremo dell'esercito italiano era guidato da Luigi Cadorna, un militare ottuso assolutamente inadeguato che mandò a morire dodicimila uomini  in pochi giorni e, dopo la sconfitta, ebbe la faccia tosta di addossare la colpa alle truppe giudicate pavide e vigliacche.

Per fortuna, dopo Caporetto vennero mandati al fronte i "ragazzi del 99". Fu grazie a loro, a questi meravigliosi diciottenni, che l'Italia riuscì ad alzare la testa. Furono loro a cacciare indietro l'esercito austro-ungarico lungo il Piave e a difendere il Monte Grappa e c'erano ancora loro in prima fila il 24 ottobre del 1918 quando incominciò la battaglia decisiva di Vittorio Veneto che si sarebbe conclusa dieci giorni dopo con l'ingresso delle nostre truppe e Trento e Trieste.

Era il 4 novembre. Il giorno prima il conte di Gazzo Vettor Giusti del Giardino, amico del re, era entrato nella storia grazie all'armistizio firmato nella villa di sua proprietà.

 

Lello Gurrado, giornalista, scrittore è autore del libro La Grande guerra di Elmo e Sauro edito da Radici Future edizioni

 

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