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Cultura
Un'esibizione dell'Orchestra e Coro Sinfonico Amadeus
Ne parliamo con il maestro Marco Raimondi dell’Ensemble Amadeus di Rescaldina
“MoSaIC”: a Milano un’orchestra per immigrati e richiedenti asilo
Federico Russo | 5 April 2019

MoSaIC ovvero “Music for Sound Integration in the Creative sector”. E proprio in nome dell’integrazione nasce la "MoSaIC Symphonic Choir&Orchestra", ensemble composto da 36 musicisti provenienti da altrettante nazioni. Di questi, dodici sono stati selezionati tra immigrati e richiedenti asilo che vivono e lavorano nei Paesi europei. La sede del gruppo è a Milano. Il progetto è cofinanziato dall’Unione Europea e la selezione è stata affidata ai direttori di quattro orchestre di Italia, Belgio, Danimarca e Romania. A rappresentare l’Italia è l’Associazione Ensemble Amadeus di Rescaldina, con il cui presidente e direttore d’orchestra Marco Raimondi parliamo del progetto e di cosa significhi oggi fare musica in Italia.

 

Come vi siete attivati per cercare musicisti tra immigrati e richiedenti asilo?
“Non è stato facile. Io ho cercato agganci con varie Onlus e altre istituzioni, ma più di tutto ha funzionato il passaparola. La selezione è avvenuta il mese scorso, si sono presentati in più di cinquanta e sinceramente non me lo aspettavo. Molta eterogeneità anche dal punto di vista dell’età, si va dai 18 ai 65 anni. I più giovani probabilmente avevano saputo del progetto dalla rete, ma ribadisco l’importanza del passaparola, d’altronde già le 150 persone dell’associazione Amadeus funzionano da eco. Abbiamo dovuto fare delle esclusioni perché il regolamento prevede che i partecipanti debbano avere il permesso di soggiorno e non il passaporto comunitario, però è nostra intenzione coinvolgere anche gli esclusi nell’orchestra sinfonica Amadeus”.

 

La MoSaIC farà ovviamente concerti, ma non solo. Quali altre attività sono previste?
“Ci saranno workshop, laboratori, e progetti per le scuole. Importante ad esempio il video che stiamo realizzando: in circa dieci minuti i 36 musicisti coinvolti parlano della loro vita e del rapporto con la musica. Lo proporremo alle scuole, in incontri in cui sia presente uno di loro. In una seconda fase puntiamo a coinvolgere gli studenti in un laboratorio. Questo anche in previsione del World Music Festival del 2020”.
 

Di cosa si tratta?
“Dell’appuntamento finale del nostro progetto. In questi due anni l’orchestra parteciperà a meeting e momenti di formazione, poi ci sarà l’evento conclusivo a Milano, alla fine del 2020”.

 

Dal suo punto di vista di direttore di orchestra, come giudica lo stato di salute della musica, soprattutto classica, in Italia?
“Le difficoltà sono cresciute negli anni. Nel 1997, quando siamo nati come Amadeus, c’era più spazio rispetto a oggi. Soprattutto c’erano fondi e risorse che ora scarseggiano. Siamo partiti due anni fa con la stagione “Amadeus & friends”, siamo al secondo anno e resistiamo, ma di vera e propria “resistenza” si tratta. In Italia il pubblico interessato è formato da una nicchia troppo piccola. Noi cerchiamo di proporre generi diversi ma vediamo che il pubblico è molto frazionato, è difficile coinvolgerlo su tutti i generi. Se facciamo un concerto di musica barocca verranno solo gli amanti della musica barocca. E così per tutti gli altri generi”.

 

All’estero è diverso?
“Sì, devo ammettere che c’è un riscontro diverso. E in Italia, purtroppo, rispetto ad altri Paesi europei, abbiamo anche commesso l’errore di abituare le persone all’idea di non pagare. Molta gente oggi si aspetta che la musica sia interamente finanziata dalle risorse pubbliche. Te ne accorgi dal fatto che se c’è ingresso libero fai il pienone. Basta una soglia minima, anche 5 euro, e l’interesse scema. Mi dispiace di questo, anche perché ho potuto toccare con mano come all’estero l’Italia sia ancora vista come patria della musica. L’opera, in particolare, è considerata la quintessenza dell’italianità”.

 

Pensa che sia anche una questione generazionale?

“Certo. Una parte importante del nostro pubblico è composto dalla fascia over 60. I giovani sono difficili da agganciare, peraltro vivono in un contesto musicale molto frammentato, con tante band che si formano e distruggono in poco tempo. Penso invece alla mia generazione, che ha visto gruppi come i Queen o i Pink Floyd che ora sono già dei classici.... comunque noi, nella nostra programmazione, facciamo il possibile per tirare dentro i più giovani attraverso delle contaminazioni. Certo, accadono anche delle cose che fanno riflettere: suoni l’Hallelujah del Messiah di Handel e ti dicono «ah, la pubblicità del gelato!». Perfino “Almeno tu nell’universo”, repertorio di musica pop, ad alcuni era nota solo come musica di una pubblicità…”

 

Qual è, in generale, lo spettatore che preferisce?

“Lo spettatore migliore è quello curioso, che si lascia coinvolgere e recepisce le informazioni che riceve. Io ad esempio nei nostri concerti spiego sempre quello che andiamo a eseguire, perché altrimenti molte cose rischierebbero di non essere capite. A volte comunque capita che le soddisfazioni migliori vengano dal pubblico da cui meno te l’aspetti, non dal pubblico che immagini più preparato”.

 

In conclusione parliamo di lei. Come è nata questa passione? E come si concilia col suo lavoro di ingegnere?

“La mia passione nasce a sei anni. La mia è una famiglia di metalmeccanici, nessuno era musicista ma sia io che mio fratello siamo stati avviati su questa strada.

Sicuramente è stata più coerente con la tradizione metalmeccanica di famiglia la scelta di studiare ingegneria gestionale al Politecnico di Milano! A ogni modo le due esperienze non sono così avulse. Intanto la musica è matematica, richiede un approccio molto metodico. E poi io ora lavoro come manager, e mi accordo di come la gestione di persone e orchestre abbia degli aspetti in comune. In passato ho vissuto molto all’estero, e questo mi ha aiutato a entrare in contatto con culture diverse. In Italia siamo carenti da questo punto di vista. Siamo molto chiusi nel nostro guscio, tendiamo a ignorare ciò che c’è attorno a noi”.

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